La chiave e la sua storia parte II


Sei interessato a questa notizia?

Ai sensi dell’art. 13 d.lgs. 196/2003 inviando il presente modulo, dichiaro di aver letto e compreso l'informativa ed esprimo il consenso previsto dall'articolo 23 del Codice al trattamento dei miei dati personali per i rapporti commerciali intercorrenti.


Per ciò che riguarda le chiavi «laconiche» è probabile che il termine sia improprio: il sistema era diffuso in tutto il Mediterraneo e non risulta «inventato» nella Laconia (nomos nel sud del Peloponneso, con capitale Sparta) dal momento che c’erano dei precedenti in Egitto, forse importativi dalla Valle dell’Indo come molte altre forme tecniche. D’altro canto la koiné greca teneva conto di diffusioni territoriali correlabili alla diffusione degli ordini architettonici (dorico, jonico, corinzio). Semmai, la palma spetterebbe alla Jonia, ponte ideale di culture tra l’Asia e l’Europa. Soprattutto si perfezionano e si complicano gli ingegni, e oramai i meccanismi sono vari. Del primo tipo, a sollevamento, con impronta complessa e matrice orizzontale sussistono:

a) chiavi a denti;

b) chiavi a denti e cartella (0 tabella, o spatola, o scudetto);

c) chiavi a cartella; oppure a cartella più denti a elle o a ti.

Del secondo tipo, con rotazione della chiave (a mandata), soprattutto per cofanetti, ve ne sono sia per scorrimento su cremagliera che per sollevamento dei fermi.

E tipica la chiave a cartella che, dotata di vari pertugi, viene introdotta nella toppa e seguendo le rispettive guide solleva verso l’alto un perno collegato al catenaccio interno. Questo sistema del nottolino alla cappuccina

(o cordiglio, o sistema a sdrucciolo) sopravviverà sino al XVIII secolo soprattutto in Francia (loquet & la cordelière, 0 & poussoir, 0 à la capuc'ine). Consimile è la chiave a spinta, in particolare per i lucchetti o per i ceppi, usata anche nei secoli successivi, soprattutto in Oriente. Per le chiavi a mandata si distinguono già i due tipi di stelo: pieno (chiave maschia) e forato (chiave femmina). Anche la decorazione dell’impugnatura va da semplice a molto elaborata con protomi leonine, pinnacoli, elementi ansati e luniformi di struttura complessa. Certo i fabri claustrari romani erano abilissimi: ci sono stati tramandati anche lucchetti di piccole dimensioni (tre, quattro centimetri di lunghezza) dal meccanismo complesso e perfetto, vere opere di oreficeria. Da Pompei venne il complicato lucchetto che oggi si trova al British Museum di Londra. Ma per ciò che riguarda l’ingegno strutturale e il caso di rammentare il sistema di chiusura della porta del Tempio del Divo Romolo, a Roma. Attorno ad un perno dentato, centrale, entro cui va inserita la chiave ed il cui buco è nascosto da una delle rosette decorative dello stipite di bronzo, ruota la parte dentata del paletto verticale e contemporaneamente quella della stanghetta orizzontale .

La chiave e la sua storia parte II

Autore: Lavolpicella Umberto